L’UNIVERSO DIGITALE: siamo dentro un videogame? di Alessandro De Angelis, Copyrighted Material 2.12.2025
Il saggio di Alessandro De Angelis, autore da me apprezzato quale ricercatore storico e in particolare sulla vita di Gesù e la sua genealogia, demistificatore biblico come altri pochi, e coraggiosi, liberi pensatori, incuriosisce senz’altro ad iniziare dal titolo, e mi sentirei di consigliarlo tra le letture amene e divertenti, ma non da prendere sul serio.
L’universo digitale si presenta con l’ambizione tipica dei libri che vogliono “spiegare tutto”: il mondo, la tecnologia, l’uomo, il destino. E infatti spiega tutto, talmente tutto che, alla fine, non resta più nulla da spiegare né, soprattutto, da scegliere.
Il punto più debole e più vistosamente ideologico del libro è infatti l’assunto secondo cui il libero arbitrio sarebbe una nobile illusione analogica in un universo ormai ridotto a codice: ogni nostra azione, pensiero o deviazione sarebbe già iscritta in una qualche riga di programma cosmico, se non addirittura già stata scritta. Un determinismo digitale travestito da modernità, che però sa di vecchio come Laplace, con l’aggravante di un lessico tech che dovrebbe farlo sembrare inevitabile.
De Angelis confonde con notevole disinvoltura tre
piani distinti:
1. la prevedibilità statistica dei comportamenti,
2. la modellizzazione algoritmica delle scelte,
3. l’inesistenza ontologica della libertà.
Che il primo e il secondo esistano è indubbio; che dal loro successo si debba dedurre la morte del libero arbitrio è un salto logico impossibile prima che inaccettabile, un errore concettuale grave, soprattutto per chi pretende di maneggiare categorie filosofiche.
Il fatto che Netflix indovini la prossima serie che guarderò non implica che sia Netflix a guardarla al posto mio; altrimenti dovremmo riconoscere all’algoritmo anche la responsabilità morale del mio cattivo gusto (ebbene sì, lo confesso, per i film horror).
L’idea che “tutto sia già scritto” viene proposta come una verità scientifica, ma senza mai affrontare seriamente il nodo centrale: chi scrive il codice? Il sistema? L’universo? Una vaga entità computazionale che assolve tutti e nessuno? Il determinismo di L’universo digitale insomma è sorprendentemente comodo: elimina il problema della responsabilità, sterilizza il conflitto etico e trasforma l’essere umano in un elegante bug di sistema.
C’è poi un aspetto involontariamente ironico: un libro che nega il libero arbitrio chiede al lettore di leggerlo, capirlo e magari cambiare idea sul mondo. Ma se tutto è già scritto, perché scriverlo? E soprattutto: perché leggerlo? La tesi finisce per autodisattivarsi come una App incompatibile con il proprio sistema operativo.
In definitiva, L’universo digitale non è tanto una riflessione sul futuro quanto una resa di fronte al mondo. Un libro che scambia la complessità per fatalismo e l’innovazione per rinuncia. Più che una diagnosi del presente, è un alibi ben confezionato: se non scegliamo, non sbagliamo; se non siamo liberi, non siamo responsabili, nemmeno penalmente! Peccato che la storia, il diritto e persino la stessa tecnologia si fondino esattamente sull’ipotesi opposta.
Ma c’è un errore logico ancora più grave, quasi rivelatore dell’impianto di L’universo digitale: la rimozione sistematica della “responsabilità individuale”. Se tutto è già scritto, allora nessuno è davvero artefice di nulla; ma è proprio qui che la tesi di De Angelis implode sotto il peso della realtà quotidiana: ogni essere umano sperimenta, nel bene e nel male, che le proprie azioni producono conseguenze, deviano traiettorie, aprono o chiudono possibilità. Il destino non è un file statico salvato nel cloud dell’universo: è una bozza in continuo editing, riscritta decisione dopo decisione.
Siamo infatti liberi di cambiare il corso della nostra vita proprio perché “agiamo”, scegliamo, sbagliamo e correggiamo. Il successo o il fallimento non sono output predeterminati di un sistema, ma il risultato – spesso imperfetto, talvolta ingiusto – di scelte responsabili o irresponsabili ma comunque solo nostre.
Il cinema, a volte, arriva dove certa saggistica non osa. Sliding Doors lo racconta con una semplicità disarmante: ogni scelta genera un mondo possibile, ogni decisione apre un universo distinto. Non esiste un unico corso già tracciato, ma una molteplicità di realtà che nascono dalle nostre azioni. In questo senso, siamo noi i veri creatori degli universi che abitiamo e di quelli che scartiamo. Altro che algoritmo onnisciente.
Ed è qui che l’assunto deterministico del libro compie il passo falso definitivo: se siamo noi a generare, con le nostre decisioni, mondi alternativi e traiettorie divergenti, allora non c’è spazio neppure per l’ipotesi di un demiurgo esterno, digitale o metafisico che sia, nessun programmatore cosmico, nessun codice sorgente trascendente. La realtà non ci viene imposta: emerge dalla volontà, dall’azione e dalla responsabilità umana.
In conclusione, L’universo digitale non solo
nega il libero arbitrio: ne ha paura. Perché la libertà implica responsabilità,
e la responsabilità implica conflitto, errore, merito e colpa. Molto più comodo
pensarsi esecutori di un codice universale. Ma la vita – ostinatamente
analogica in questo – continua a dimostrare che siamo noi, ogni giorno, a
premere i pulsanti sbagliati o quelli giusti. E no, non era già tutto previsto.
Giovanni Bonomo – Candide C.C.

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