EQUILIBRIO ROTTO: cosa ci insegna il referendum sul potere (Teoria dei Giochi spiegata semplice)
Certe settimane politiche non sono caotiche. Sembrano tali solo a chi le osserva senza una lente adeguata.
La teoria dei giochi offre quella lente.
Per lungo tempo, il sistema politico ha operato in una condizione assimilabile a un equilibrio di Nash: ogni attore — governo, opposizione, magistratura, media — ha adottato strategie tali per cui nessuno aveva convenienza a cambiare unilateralmente comportamento. Non perché fosse l’assetto migliore, ma perché era quello più stabile. O, meglio, il meno rischioso.
In un equilibrio di Nash imperfetto, tutti sanno che esistono alternative potenzialmente migliori, ma nessuno si muove per primo. Il costo del cambiamento individuale supera il beneficio atteso. E così il sistema si cristallizza.
Poi arriva lo shock esogeno. Il referendum non è stato solo un evento politico: è stato un segnale strategico collettivo. Ha modificato le aspettative degli attori. E nella teoria dei giochi, le aspettative sono tutto. Non conta solo ciò che accade, ma ciò che gli altri credono che accadrà.
Il lunedì, quindi, non cambia il sistema. Cambia la percezione del sistema.
Il martedì, alcuni giocatori aggiornano la propria strategia. Dimissioni che prima non convenivano diventano improvvisamente razionali. Non per un sussulto morale, ma perché il payoff è mutato: restare ha un costo reputazionale più alto di andarsene.
Il mercoledì, altri attori seguono. Non perché costretti, ma perché non adeguarsi diventa la scelta più rischiosa. È il tipico effetto a cascata dei giochi dinamici: quando un numero sufficiente di giocatori cambia strategia, l’equilibrio precedente collassa.
Anche il linguaggio si riallinea. Le critiche ai giudici si attenuano, non per convinzione giuridica, ma per riallocazione strategica: attaccare in quel momento non massimizza più il consenso atteso. In termini di teoria dei giochi, è un aggiornamento della funzione di utilità.
Nel frattempo, gli equilibri interni ai partiti si rinegoziano. Le sostituzioni ai vertici non sono epiloghi, ma mosse intermedie: segnali inviati agli altri giocatori per ridefinire il posizionamento nel nuovo gioco.
E poi il livello sistemico: indagini, pressioni istituzionali, dinamiche europee. Non sono causate dal referendum in senso stretto, ma diventano più incisive perché il contesto strategico è cambiato. Un attore indebolito è meno capace di resistere a mosse che, in condizioni diverse, avrebbe neutralizzato.
La domanda allora non è “non sarà troppo?”, come da editoriale di oggi di Marco Travaglio https://share.google/BNGoseetnEu001mqr.
La domanda corretta è: stiamo assistendo alla rottura di un equilibrio di Nash?
Se la risposta è sì, allora ciò che appare eccesso è in realtà transizione. Gli equilibri, quando si rompono, non lo fanno gradualmente. Lo fanno per salti discreti. Perché ogni giocatore attende che siano gli altri a muoversi, e quando si muovono, si muove tutto insieme.
Il vero rischio non è l’accelerazione. Il vero rischio è interpretarla come cambiamento strutturale già compiuto.
Un nuovo equilibrio emergerà, ma non è detto che sia migliore. La teoria dei giochi insegna che esistono equilibri più efficienti… e equilibri più ingiusti. Entrambi possono essere stabili.
E allora, forse, la vera partita non è quella che si è appena conclusa, ma quella che si apre adesso: la competizione per definire il prossimo equilibrio.
E lì, come sempre, vince chi non si limita a reagire, ma anticipa le mosse degli altri.
27. 3.2026, Avv. Giovanni Bonomo

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