Il mistero dell’universo: non virtuale, né ologramma, né Matrix.

 

Imperversa sui social il panpsichismo cosmico di Malanga, Faggin e altri come già Fabrizio Coppola con il suo “Il Segreto dell’Universo”, alla cui base è l’idea che la coscienza sia una e universale, rifuggendo il materialismo a favore di concezioni vicine alle filosofie orientali (i Veda). Corollario di tale teoria è che la coscienza non sia un prodotto del cervello, ma la struttura stessa della realtà, esistendo un unico grande "campo" di coscienza universale. 

Per quanto anch’io, come molti, sia affascinato da tali teorie, il mio senso critico di giurista e promotore culturale mi porta a considerarle come quanto-farneticazioni consolatorie a fronte dell’evidenza di totale casualità dell’esistenza, alla quale l’uomo non riesce ancora oggi a rassegnarsi. 

Il mistero dell’universo e della sua – e nostra – esistenza  è ancora da risolvere. Il tentativo dell’uomo di questa era digitale di liberarsi non dall’ignoranza, e dal male che essa comporta, ma dal peso stesso dell’esistenza, partorisce queste teorie pseudoscientifiche. Se il mondo è Matrix allora tutto diventa più leggero: la sofferenza non è davvero sofferenza, il corpo non è davvero corpo, la morte non è davvero morte, l’ingiustizia non è davvero ingiustizia: siamo in una realtà virtuale, tutto è ologramma. 

Intanto al CERN di Ginevra e negli laboratori di fisica sperimentale e applicata accade qualcosa di molto meno cinematografico e molto più serio: si misurano fenomeni, si cercano prove, si stabiliscono limiti, si verificano ipotesi. Già questo fa pensare che il reale, la realtà, assai più tangibile e verificabile di qualunque fantasia cinematografica: l’idea che l’universo sia una simulazione informatica — la celebre ipotesi “Matrix” — si scontra con vincoli fisici, geometrici, matematici e quantistici enormi.

Nel 2017 i fisici Zohar Ringel e Dmitry Kovrizhin mostrarono che persino la simulazione di alcuni fenomeni quantistici specifici, come l’effetto Hall quantistico nei metalli, incontra ostacoli praticamente insormontabili, tra i quali il problema del cosiddetto “segno numerico”: per simulare le interazioni quantistiche di poche centinaia di elettroni occorrerebbe una memoria superiore, per ordine di grandezza, al numero degli atomi contenuti nell’universo osservabile. 

Dunque, se è difficile simulare al computer una manciata di elettroni, figuriamoci un cosmo intero, con galassie, buchi neri, cellule, cervelli e, sul nostro particolare pianeta, amori infelici, cartelle esattoriali e riunioni condominiali. Per sostenere una simulazione universale bisognerebbe postulare un “mondo esterno” dotato di leggi fisiche radicalmente diverse dalle nostre, di risorse immense e di un apparato computazionale impensabile. 

Altri studiosi hanno affrontato l’ipotesi della simulazione da una prospettiva ancora più profonda, richiamando i teoremi di incompletezza di Gödel: se l’universo contiene verità fisiche e strutture fondamentali non completamente riducibili a procedimenti algoritmici, allora un universo integralmente computabile diventa una contraddizione in termini. Una simulazione, per definizione, procede secondo istruzioni, regole, passaggi, algoritmi, ma se il reale include dimensioni non algoritmiche, allora non può essere semplicemente un software cosmico. 

Se vivessimo dentro una simulazione, lo spazio-tempo dovrebbe avere una struttura discreta, una specie di reticolo fondamentale, un tessuto a pixel. Ma un universo a pixel lascerebbe tracce: la luce e le particelle ad altissima energia dovrebbero mostrare minime variazioni nella propagazione, a seconda della direzione e dell’energia. Gli astrofisici hanno cercato questi indizi nei raggi cosmici ad altissima energia… e non li hanno trovati. Lo spazio, per quanto possiamo misurarlo, non si comporta come lo schermo di un videogioco, non lampeggia, non sgrana, non mostra il bordo dei pixel. 

Quanto all’universo olografico, occorre considerare che sì, il principio olografico è un modello matematico potentissimo, elegante, fecondo, soprattutto in certi spazi teorici come gli spazi Anti-de Sitter n-dimensionale (AdS n), ma il passaggio dal modello matematico alla realtà fisica è un salto che non si compie con l’entusiasmo mistico, bensì con gli esperimenti. 

Tra il 2014 e il 2015 il Fermi National Accelerator Laboratory costruì l’Holometer, un interferometro laser estremamente sensibile, proprio per cercare un eventuale “rumore olografico”: un tremolio microscopico dello spazio-tempo che avrebbe potuto indicare una struttura informazionale più profonda. Il risultato fu netto: nessun rumore olografico rilevato, nessun tremolio della pellicola cosmica, nessun indizio che il nostro universo tridimensionale sia la proiezione di una superficie bidimensionale. 

Naturalmente queste teorie restano strumenti matematici affascinanti, servono a esplorare le frontiere della gravità quantistica, non a vendere braccialetti vibrazionali o seminari da tremila euro sul “risveglio quantico dell’anima”. La differenza è tutta qui: la fisica teorica formula ipotesi; la spiritualità new age le trasforma in sogni di mondi sconosciuti e virtuali. 

Penso che il successo di tali teorie sia dovuto ad un meccanismo psicologico di difesa. Se il mondo è una simulazione, allora il dolore perde consistenza, se la vita è un ologramma, allora la sofferenza dell’altro diventa meno urgente, se tutto è software, l’etica si dissolve nella programmazione ineluttabile. Posso guardare il male del mondo e dire: “Non è reale”, posso scansare il dovere della compassione, posso evitare il fastidio della responsabilità. 

La vita biologica è fatta di materia, vecchiaia, malattia, perdita, fatica, ingiustizia, corpi che cedono, amori che finiscono, verità che non consolano. Accettare questo non significa essere materialisti, significa essere seri, significa riconoscere che la materia non è una prigione da negare, ma il luogo concreto in cui si gioca la nostra possibile libertà. 

Dire che tutto è virtuale, che tutto è un’illusione, è solo un oppiaceo metafisico, ma non elimina il dolore: lo anestetizza concettualmente. Non risolve la sofferenza: la dichiara irreale. È una forma raffinata di fuga, più elegante della superstizione tradizionale (le religioni), ma non meno consolatoria. 

La stessa distorsione concettuale si ritrova nel modo in cui l’Occidente ha banalizzato il concetto orientale di Māyā. Nel sanscrito originario, Māyā non significava affatto “illusione” nel senso banale di cosa finta, inganno, trucco da prestigiatore cosmico; deriva dalla radice mā-, che significa misurare, dare forma, delimitare, costruire. È la stessa area semantica da cui provengono parole come metro, matrice, materia, madre. 

Nei testi vedici, Māyā indicava il potere creativo della divinità: la capacità di dare forma all’informe, misura all’infinito, figura all’invisibile. Era potenza di manifestazione, non negazione della realtà, era l’energia che rendeva il cosmo visibile, ordinato, sperimentabile. 

Māyā poteva indicare anche l’abilità dell’artigiano, dell’architetto, del mago: la capacità tecnica e creativa di plasmare la materia. Dunque non “il mondo non esiste”, ma quasi il contrario: il mondo è forma, misura, struttura, manifestazione. 

Solo più tardi, con sviluppi filosofici successivi, in particolare nell’Advaita Vedanta, Māyā viene caricata del significato di illusione cosmica. Ma questa interpretazione, spesso importata in Occidente senza criterio, è diventata il lasciapassare per ogni evasione metafisica: si prende un concetto complesso, lo si svuota, lo si addolcisce, lo si confeziona e lo si vende come sedativo dell’anima. 

Invece, se Māyā significa misura e forma, allora l’universo non è un inganno: è un ordine, un ordine difficile, severo, matematico, fisico, materiale, un ordine in cui ogni azione produce conseguenze, in cui la materia resiste, in cui il karma non è poesia consolatoria ma legge di causa ed effetto. 

Anche Georges Ivanovič Gurdjieff, nei Racconti di Belzebù a suo nipote, suggerisce un universo strutturato, gerarchico, oggettivo, attraversato da leggi. Per lui non esiste un dualismo puerile tra spirito e materia, dove la materia sarebbe il male o l’illusione da cui scappare, tutto è materia, ma materia di densità diverse, vibrazioni diverse, livelli diversi.

 Ciò che arriva fino a noi dal Sole Assoluto, lungo la catena del Raggio di Creazione, non è un sogno evanescente, è reale, è pesante, è vincolante. La Terra, nella sua visione cosmologica, si trova in una posizione periferica, sotto molte leggi restrittive. La materia non è il carcere dello spirito: è la palestra della coscienza. 

L’illusione, allora, non sta nel mondo esterno: il mondo esterno funziona benissimo anche senza la nostra approvazione. I pianeti orbitano, la gravità agisce, la biologia consuma, il tempo trasforma. L’illusione sta nel nostro modo di percepire, nel nostro sonno vigile, nella nostra identificazione continua, nella nostra immaginazione mentale. 

Credere che il mondo non esista ("Tutto è Maya”) solo perché noi lo percepiamo in modo limitato è un modo di rinunciare alla ricerca e all’indagine scientifica. Se cammini verso un burrone convinto che l’universo sia un ologramma, la gravità ti sfracellerà al suolo: le leggi fisiche agiscono anche quando le ignoriamo. Lo stesso accade nella vita quotidiana: le leggi, in campo giuridico, operano anche, e soprattutto, quando le ignoriamo e trasgrediamo. 

Se l’universo fosse davvero una Matrix da cui uscire spegnendo il computer, il lavoro su di sé non avrebbe alcun senso, basterebbe individuare il canale giusto per uscirne. La coscienza non nasce nella comodità delle illusioni, ma nel contatto con ciò che r-esiste. 

In questo senso il titolo dell’ultimo libro incompiuto di Gurdjieff, La vita è reale solo quando “Io sono”, è decisivo. Il mondo è reale, ma io non lo incontro davvero finché non sono presente. 

La realtà non è una proprietà che basta avere davanti agli occhi, è una relazione viva tra ciò che esiste e un soggetto capace di esserci. L’uomo ordinario non vive nella Matrix del cosmo, vive nella Matrix della propria mente, è prigioniero di algoritmi interiori: paure, desideri, automatismi, identificazioni, risentimenti, vanità, fantasie. 

Non serve un supercomputer alieno per imprigionarlo, gli basta il suo ego che produce ogni giorno una simulazione privata della realtà, perfettamente calibrata per confermare le sue illusioni. La vera Matrix non è là fuori, è dentro. 

E allora il compito non è fuggire dal mondo, ma svegliarsi nel mondo. Non negare la materia, ma attraversarla, non dichiarare irreale la sofferenza, ma trasformare il proprio rapporto con essa, non usare la fisica quantistica come favola spirituale, ma imparare dalla fisica una lezione di umiltà: la realtà è più complessa, più severa e più meravigliosa dei nostri slogan. 

L’universo non è un videogioco, non è uno schermo, non è un trucco, non è una proiezione comoda per consolarci del fatto che siamo fragili, è un ordine immenso, duro, enigmatico, reale.

E l’uomo, davanti a questo ordine, ha due possibilità: rifugiarsi negli oppiacei metafisici oppure iniziare finalmente il lavoro più difficile, quello che nessuna teoria può compiere al posto suo: essere presente, qui e ora, ricordarsi di sé, assumersi la responsabilità della propria coscienza. 

Milano, 29. 5.2027
        Avv. Giovanni Bonomo - Candide C.C.



 

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