Il coraggio dell’essere nell’era dell’algoritmo: il Manifesto filosofico di Giorgio Agnoli
Il Manifesto filosofico di Giorgio Agnoli è un libro curioso, ambizioso, volutamente inattuale. E già questo, in un’epoca in cui il pensiero viene spesso compresso nello spazio angusto di un post, ridotto a slogan, emoticon, reazione istantanea o piccola sentenza da social, non è affatto poco. Agnoli tenta infatti un’operazione rara: sottrarsi al rumore del presente, alla filosofia tascabile dell’opinione veloce, alla comoda retorica del “secondo me”, per riportare il discorso su un terreno più alto e rischioso, quello delle grandi domande esistenziali, sull’essere, sulla forma, sulla necessità e sulla struttura del reale.
In tempi di pensiero debole, ora dominato dagli algoritmi della AI, il suo libro ha il merito di non chiedere il permesso all’attualità. Non cerca il consenso facile, non rincorre la battuta virale, non si traveste da manuale motivazionale per anime stanche, vuole invece parlare in grande, forse anche troppo in grande: e proprio qui sta insieme la sua forza e il suo limite. Perché l’inattualità, quando è autentica, può essere un atto di coraggio; quando si innamora troppo di sé stessa, rischia di diventare astrazione solenne. Iin ogni caso, nel deserto del pensiero usa-e-getta, un libro che pretende ancora di interrogare l’Essere merita almeno di essere preso sul serio.
Agnoli non scrive un saggio di costume, non commenta l’attualità, non si accontenta della piccola psicologia quotidiana: punta molto più in alto: vuole parlare dell’Essere, della Sostanza, della Forma, della Necessità, della struttura originaria del reale. In altre parole, entra in quella zona nobile e pericolosa in cui la filosofia ha sempre rischiato di diventare vertigine: l’ontologia.
O, più precisamente, quella che l’autore chiama ontologia, ma che al lettore moderno appare, con buona pace delle distinzioni terminologiche, come una rinascita della metafisica. Ed è qui che il libro diventa interessante. Non necessariamente convincente, ma interessante sì.
Agnoli respinge l’accusa di fare metafisica. Lo dice con nettezza: non cerca un senso, non cerca una consolazione, non cerca un sistema; descrive una struttura, non fa psicologia, non fa fisica, non fa scienza… espone ciò che, secondo lui, gli si è mostrato: la struttura dell’Essere.
Ma quando un autore parla di “struttura dell’essere”, di necessità, di sostanza, di forma, di un ordine che precede e informa la vita concreta, siamo oltre il terreno dell’esperienza verificabile, siamo nel territorio dei grandi concetti assoluti. E i concetti assoluti, si sa, sono come certi aristocratici decaduti: li credevamo sfrattati dalla modernità, ma vi rientrano sempre dal portone principale indossando un abito nuovo.
Il punto critico è questo: ha ancora senso, oggi, discettare di Sostanza, Forma e Necessità con le maiuscole? Ha ancora senso costruire un edificio concettuale che sembra voler cogliere non un fenomeno, non un comportamento, non un dato empirico, ma la trama stessa dell’Essere?
La filosofia del Novecento, dal positivismo logico al Circolo di Vienna, ha liquidato la metafisica come linguaggio privo di verificabilità. Le proposizioni metafisiche, dicevano i suoi critici, non sono vere o false: sono semplicemente non controllabili, parlano molto, ma non atterrano mai. E se non atterrano, per il pensiero moderno, rischiano di restare voli ornamentali.
Certo, la condanna della metafisica non ha chiuso davvero la partita, la filosofia non è un tribunale con sentenze passate in giudicato. Tuttavia ha lasciato un’eredità difficile da ignorare: ogni discorso sull’essere deve oggi fare i conti con la scienza, con il linguaggio, con la verificabilità, con la critica dell’assoluto. Non basta più dire “l’essere è”. Parmenide è immenso, ma la filosofia, nel frattempo, ha fatto qualche passo avanti.
Il Manifesto di Agnoli sembra invece voler riportare il pensiero a una stagione originaria, prescientifica, in cui la realtà poteva ancora essere afferrata mediante categorie prime: sostanza, forma, necessità. Il libro ha dunque una sua forza inattuale, e proprio perché inattuale può affascinare.
Può affascinare ma può anche irritare. Affascina perché restituisce alla filosofia una grandezza perduta. in un tempo in cui il pensiero viene spesso ridotto a opinione, algoritmo, reazione emotiva o contenuto da monetizzare, Agnoli osa parlare dell’Essere. Non del mercato, non del consenso, non della narrazione dominante, non della politica, no, dell’Essere. E questo, almeno sul piano dell’intenzione, merita rispetto.
Irrita perché l’autore sembra considerare la propria costruzione non come ipotesi, ma come evidenza strutturale: non “propongo una visione”, ma “descrivo una struttura”, non “interpreto”, ma “vedo”, non “argomento un sistema”, ma “il Manifesto si difende da solo”. Qui il pensiero rischia di assumere un tono oracolare… e quando la filosofia comincia a parlare come un oracolo, bisogna sempre controllare che sotto il tripode non ci sia semplicemente un buon apparato retorico.
Il riferimento implicito, o comunque inevitabile, è Spinoza. Deus sive Natura: Dio, ovvero la Natura. Tutto accade per necessità, la libertà non è libero arbitrio, ma comprensione della Necessità. L’uomo non si salva perché sceglie arbitrariamente, ma perché comprende razionalmente il proprio posto nell’ordine delle cose.
Agnoli sembra muoversi in un’area affine, ma con una visione personale: non ripete Spinoza, lo rivisita, non propone un Dio, almeno non esplicitamente, non cerca una consolazione religiosa, ma il suo lessico della Necessità e della struttura dell’Essere produce comunque un effetto di sacralizzazione concettuale del reale: anche quando Dio esce dalla porta, la Necessità entra dalla finestra, e qui si si accomoda pure in salotto.
L’autore insiste: non è metafisica, è ontologia. Ma la distinzione, pur legittima sul piano tecnico, non basta a neutralizzare l’impressione generale: l’ontologia, quando pretende di dire la struttura ultima dell’Essere, si espone inevitabilmente alla vecchia accusa rivolta alla metafisica: parlare di ciò che non può essere esperito, misurato, falsificato, verificato.
La scienza contemporanea non ha eliminato il mistero, anzi lo ha reso più profondo. L’entanglement quantistico, l’immensità dell’universo, la struttura dello spazio-tempo, la natura della coscienza, il rapporto fra informazione e materia: tutto questo ci mostra che il reale è molto più inquietante del vecchio materialismo ingenuo. Ma proprio per questo occorre essere prudenti: il mistero non autorizza automaticamente il ritorno dell’assoluto, il fatto che la fisica quantistica sia controintuitiva non significa che ogni ontologia diventi plausibile.
Ecco allora il limite maggiore del Manifesto: la sua astrattezza. Agnoli costruisce un vocabolario forte, compatto, verticale. Ma proprio questa verticalità rischia di sospendere il discorso sopra il mondo, più che immergerlo nel mondo: la sostanza, la forma, la necessità, la postura sono concetti potenti, ma anche scivolosi. Più diventano assoluti, meno sono verificabili, più pretendono di spiegare il tutto, più rischiano di non spiegare nulla.
È il vecchio destino dei sistemi filosofici totali, per non dire “totalitari” (da Platone a Hegel, Marx): sembrano invincibili perché ogni obiezione viene ricondotta al sistema stesso. Quando l’autore dice al critico “senza avvedertene, sei già nel sistema”, compie una mossa brillante, ma pericolosa. Brillante perché ingloba la critica, pericolosa perché un sistema che assorbe anche la propria confutazione rischia di diventare impermeabile. E un pensiero impermeabile non è più filosofia: è architettura dogmatica.
Perché se tutto è già nel sistema, allora nulla è davvero fuori dal sistema. Ma se nulla può stare fuori, nemmeno la critica, allora il sistema non dialoga più: ingloba, non discute: assimila, non convince: cattura. E a quel punto il filosofo somiglia meno a Socrate e più all’architetto di Matrix.
Da qui la mia obiezione più radicale: il Manifesto filosofico è interessante proprio perché prova a far rinascere la metafisica, ma è problematico perché sembra non volerlo ammettere. Vuole essere ontologia pura, descrizione della struttura, ma parla con la lingua dell’assoluto. Vuole sottrarsi alla psicologia, ma inevitabilmente produce una postura esistenziale. Vuole evitare la consolazione, ma offre comunque una forma di ordine. E ogni ordine ultimo, quando riguarda l’essere, ha sempre qualcosa di consolatorio, anche quando si presenta con il volto severo della Necessità.
Questo non significa che il libro sia da respingere, al contrario: merita lettura proprio perché va controcorrente. In un’epoca dominata dall’empirismo operativo, dall’intelligenza artificiale generativa, dalla tecnica come nuova religione, un autore che torna a parlare dell’essere compie un gesto quasi sovversivo. Ma la sovversione non basta: occorre confrontarsi con il pensiero moderno, con la scienza, con la critica del linguaggio, con l’impossibilità ormai acquisita di spacciare l’assoluto per semplice descrizione.
Il Manifesto di Agnoli è dunque un testo inattuale nel senso migliore e peggiore del termine. Migliore, perché restituisce alla filosofia il coraggio delle grandi domande. Peggiore, perché sembra talvolta ignorare che quelle domande sono state attraversate, ferite e trasformate da due secoli di critica.
La filosofia non è morta, certamente, non è stata sostituita dalla scienza, come qualcuno sostiene con eccessiva fretta. Ma non può più parlare come se la scienza non fosse accaduta, non può più evocare la Necessità, la Sostanza, la Forma e l’Essere come se bastasse pronunciarli con la maiuscola per restituire loro autorità.
Il merito di Agnoli è avere scritto un libro che costringe a discutere. Il suo limite è credere, forse, che la struttura descritta si imponga da sé. Ma nessuna struttura filosofica si impone da sé. ogni struttura è anche linguaggio, scelta, prospettiva, costruzione. E dove c’è costruzione, c’è sempre possibilità di critica.
Alla fine, il Manifesto filosofico sembra dire: tutto è necessità, tutto appartiene alla struttura, tutto è già dentro il sistema.
Il mio pensiero è diverso: non perché rifiuti la filosofia, ma perché la filosofia vive proprio dove il sistema si incrina, dove la Necessità incontra la libertà del pensiero, dove l’ontologia smette di guardarsi allo specchio e accetta il rischio dell’obiezione.
Agnoli ha scritto un libro ambizioso, coraggioso, attraversato da una tensione filosofica autentica, un libro che, anche quando respinge l’etichetta della metafisica, ne riaccende comunque la grande domanda: che cosa significa davvero pensare l’Essere? Può suscitare dissenso, può provocare resistenze, può perfino irritare chi diffida dei concetti assoluti; ma proprio per questo non scivola nell’irrilevanza. Non è un testo accomodante, né vuole esserlo, è un’opera che chiede al lettore di misurarsi con qualcosa di più alto della semplice opinione.
E in tempi di indifferenza programmata, di pensiero debole e di intelligenze ormai più artificiali che naturali, è il segno raro di una filosofia che ha ancora il coraggio di disturbare il sonno comodo del presente.
Milano, 18. 6.2026
Giovanni Bonomo – Candide C.C.

Commenti
Posta un commento
Ti ho fatto riflettere e vorresti scrivermi? gbonomo1@gmail.com, ma un commento è altrettanto gradito per un confronto aperto con altri lettori.