LA MATERIA NON È IL FONDAMENTO DELLA REALTÀ
La fisica del Novecento ha progressivamente mandato in pensione l’idea di un universo costruito con piccoli mattoni solidi; quella contemporanea, invece di ricomporre il vecchio edificio, ci ha suggerito che forse i mattoni non sono mai esistiti, o almeno non nel modo in cui li avevamo immaginati.
Già, per lungo tempo abbiamo osservato il mondo come un grande magazzino di oggetti: corpi, rocce, pianeti, tavoli, organismi: ogni cosa sembrava avere confini certi, consistenza propria e una rassicurante permanenza nel tempo. Anche l’essere umano veniva incluso senza troppe esitazioni nell’inventario: un organismo sofisticato, attraversato da processi fisici e mentali che finiscono per produrre quella percezione unitaria di sé che chiamiamo “io” o ego.
Era una rappresentazione semplice, intuitiva e perfettamente adatta alla vita quotidiana, il problema è che la natura, appena interrogata più a fondo, ha cominciato a rispondere in modo assai meno accomodante.
Dalla materia solida all’universo degli eventi
L’immagine classica della materia era quasi edilizia: particelle minuscole, dotate di proprietà determinate, disposte nello spazio e capaci di conservare una loro identità indipendente da tutto il resto.
Ora la teoria quantistica dei campi ha modificato radicalmente questo scenario. le particelle elementari non sono più considerate minuscole palline che viaggiano nel vuoto, ma manifestazioni localizzate di campi che attraversano l’intero universo.
L’elettrone non sarebbe dunque una cosa appoggiata sopra un campo: sarebbe una particolare eccitazione del campo elettronico. Il fotone non sarebbe un granello di luce, ma una modalità del campo elettromagnetico. Quark, bosoni e altre entità fondamentali apparterrebbero alla stessa logica.
La metafora dell’onda marina resta utile, purché non la si trasformi nell’ennesima mistica da salotto: un’onda è reale, produce effetti, può rovesciare una barca; eppure non è separabile dal mare che la genera, è una forma temporanea, non una sostanza autonoma.
Così potrebbe essere la materia: non una collezione di pezzi indipendenti, ma un sistema di configurazioni momentanee.
La natura, insomma, sembra meno simile a un deposito di oggetti e più a una partitura continuamente eseguita.
La particella appare quando accade qualcosa
Se una particella non è una biglia, come dobbiamo intenderla? Come un evento.
Un elettrone diventa osservabile quando interagisce, scambia energia, produce una traccia, modifica un apparato di misura! Prima e dopo l’interazione non possiamo descriverlo con la stessa concretezza con cui descriviamo una pallina che percorre una traiettoria.
La teoria ci offre distribuzioni di probabilità, ampiezze, possibilità di esito, non un itinerario certo tracciato con il gesso sul pavimento.
Nei grandi acceleratori, come quelli del CERN, non assistiamo allo scontro tra oggetti rigidi, registriamo invero sequenze di trasformazioni, decadimenti, apparizioni e scomparse di stati fisici che durano tempi inconcepibilmente brevi.
La fisica delle particelle ricostruisce il reale attraverso queste impronte. È una scienza investigativa: il “colpevole” non viene mai colto comodamente seduto al tavolo, ma viene dedotto dalle tracce lasciate sulla scena.
Anche il bosone di Higgs, celebrato mediaticamente con l’infelice etichetta di “particella di Dio”, acquista senso solo nel quadro del campo di Higgs. Non è il mattone definitivo dell’universo, ma una sua manifestazione: la massa stessa non appare come una sostanza depositata nelle cose, bensì come l’effetto di una relazione con un campo onnipresente.
La materia non è muta, è un dialogo continuo.
La solidità è una convenzione ben riuscita
Perché il mondo macroscopico nasce dall’azione collettiva di un numero smisurato di processi microscopici: le fluttuazioni quantistiche non scompaiono, ma si mediano, si compensano, producono regolarità.
La stabilità è dunque un risultato emergente, non necessariamente un ingrediente originario. Una folla osservata da vicino è un insieme di movimenti imprevedibili; vista dall’alto, assume la forma di un flusso. Lo stesso accade alla materia: l’apparente quiete nasce da un’attività incessante.
Un tavolo ci sembra impenetrabile non perché sia pieno come una muraglia, ma perché le interazioni elettromagnetiche tra i suoi costituenti e quelli del nostro corpo impediscono che i due sistemi si attraversino.
Quella che chiamiamo “solidità” è quindi una relazione tra strutture, non una qualità assoluta. La vecchia materia compatta e autosufficiente comincia così ad assomigliare a un’illusione pratica, utilissima per non urtare gli spigoli, un po’ meno per capire il fondamento del cosmo e della realtà.
L’universo come trama di relazioni
La conseguenza più interessante di questa prospettiva non è che “nulla esiste”, come amano ripetere certi venditori di nebulose spirituali: “tutto è Maya”. Esiste eccome: urta, pesa, resiste, produce conseguenze e presenta il conto.
Solo che ciò che esiste potrebbe non possedere la forma ontologica che il senso comune gli attribuisce: le cose potrebbero essere nodi relativamente stabili di una rete di relazioni; le identità, configurazioni persistenti; gli oggetti, processi abbastanza lenti da apparirci immobili.
La permanenza non sarebbe allora il contrario del cambiamento, ma una particolare modalità del cambiamento: un vortice mantiene una forma riconoscibile pur essendo composto da acqua che non smette mai di scorrere, una fiamma resta visibile, anche se la materia che la alimenta viene continuamente sostituita, un organismo conserva un’identità pur rinnovando cellule, molecole, ricordi e connessioni.
E l’io, dove lo mettiamo?
Qui la fisica incontra inevitabilmente la filosofia. Per secoli abbiamo immaginato l’identità personale come un nucleo stabile, una specie di proprietario invisibile del corpo e della coscienza, un soggetto permanente che osserva il mutamento senza esserne davvero coinvolto.
Ma se il corpo è una configurazione dinamica, se il cervello è attività elettrochimica in trasformazione, se la memoria viene continuamente ricostruita, diventa difficile concepire l’io come una cosa separata dal processo.
William James parlava della coscienza come di un flusso. L’intuizione resta potente: non esiste necessariamente un piccolo sovrano seduto nella testa, ma una continuità organizzata di percezioni, ricordi, decisioni, emozioni e rappresentazioni di sé.
L’io potrebbe essere il risultato di questa coerenza, non il suo regista occulto, non un passeggero dentro il cervello, ma il viaggio stesso.
Ciò non rende l’identità irreale: anche una melodia non è un oggetto, eppure la riconosciamo, ci commuove, sopravvive all’esecuzione del singolo strumento, la sua esistenza coincide con una struttura che si dispiega nel tempo.
L’io può dunque possedere una realtà autentica senza dover coincidere con un’essenza immutabile e immortale.
La materia non scompare, cambia statuto
Affermare che la materia non è fondamentale non significa sostenere che sia un miraggio o che possiamo attraversare i muri con la forza del pensiero, significa riconoscere che la materia potrebbe essere il livello visibile di una realtà più profonda fatta di campi, interazioni e trasformazioni.
Voglio dire che il mondo quotidiano resta valido nella propria scala, come resta valida una mappa stradale pur non descrivendo la geologia del terreno.
Ed è qui che la questione diventa davvero affascinante: se il fondamento della realtà non è costituito da blocchi immobili ma da processi, anche l’identità, la memoria e forse la continuità personale dovranno essere pensate in termini nuovi.
Non come conservazione di un oggetto, ma come persistenza di una forma, non come sopravvivenza di una sostanza, ma come trasformazione organizzata di un processo.
L’universo non è un museo di entità immobili, è un continuo accadere.
E noi, con buona pace del nostro ego, non siamo i proprietari di un’esistenza: siamo una delle forme temporanee attraverso le quali essa si organizza, si osserva e, qualche volta, tenta perfino di capirsi.
Milano, 10. 6.2026
Avv. Giovanni Bonomo - Candide C.C.

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