La realtà esiste di per sé o è solo relazionale? Rovelli, Faggin e Malanga tra fisica quantistica e metafisica

 

La meccanica quantistica relazionale di Carlo Rovelli mette in discussione l’idea che le proprietà fisiche appartengano intrinsecamente alle cose. Federico Faggin compie un passo ulteriore e attribuisce alla coscienza un ruolo fondamentale nella struttura della realtà. Corrado Malanga va ancora oltre, fino a concepire la realtà stessa come costruzione della coscienza. Tre prospettive molto diverse, accomunate però da un rischio: quello di chiedere alla meccanica quantistica risposte che gli esperimenti, almeno per ora, non ci hanno dato.

 Da tempo circolano, con fortuna alterna tra filosofia orientale e suggestioni cinematografiche, teorie secondo cui la realtà sarebbe in fondo un’illusione: il tutto è Māyā della tradizione indiana aggiornato all’era digitale, con Matrix assurto a riferimento di un’intera generazione. In alcuni miei precedenti interventi su Facebook ho già cercato di mostrare quanto sia fragile il salto logico che conduce alla conclusione che il mondo stesso non esista davvero. 

Un conto è dire che non vediamo la realtà come veramente perché non andiamo nel profondo; altro è sostenere che non vi sia nulla se non una proiezione, una simulazione logaritmica di un gigantesco computer cosmico. Ho già affrontato l’argomento in https://informautentica.blogspot.com/2026/06/la-materia-non-e-il-fondamento-della.html in cui metto in luce come la nuova fisica abbia spostato lo studio dalla materia solida alle funzioni di onda-particella e a concepire l’universo come una trama di relazioni.

 Anche qui voglio essere cauto: quando la fisica suggerisce che le proprietà siano relazionali, la tentazione di trasformare una suggestione teorica in una nuova metafisica è dietro l’angolo. E la storia recente dimostra che, appena compare la parola “quantistico”, qualcuno è già pronto a farci entrare dentro l’anima, la coscienza e l’universo intero.

 Ma andiamo con ordine.

 Rovelli: prima vengono le relazioni

 Una delle formulazioni più suggestive della Relational Quantum Mechanics di Carlo Rovelli è che le cose non possiedano proprietà assolute, ma si definiscano attraverso le relazioni con altri sistemi fisici.

 L’idea è suggestiva... persino troppo suggestiva se finisce nel diventare l’affermazione, assai più impegnativa, “la realtà indipendente non esiste”.

 Secondo Rovelli, dunque, prima vengono le relazioni. Per tale teoria relazionale non esiste cioè  uno stato quantistico assoluto valido da un immaginario punto di osservazione esterno all’universo: lo stato di un sistema è definito relativamente a un altro sistema.

 L’osservatore” non deve essere necessariamente un essere umano cosciente. una particella acquista invero quindi determinate proprietà nell’interazione con altre particelle o sistemi.

 Ma attenzione: da questo non consegue che la particella non esista quando nessuno la guarda, né che la coscienza umana generi  il mondo. La tazza lasciata sul tavolo non entra in crisi ontologica quando usciamo dalla stanza, continua tranquillamente a interagire con tavolo, aria, luce e ambiente. La fisica quantistica è già abbastanza bizzarra senza bisogno di attribuire agli oggetti  problemi esistenziali.

 La tesi cruciale di Rovelli è piuttosto che ciò che chiamiamo “proprietà” non debba essere concepito come attributo assoluto di una sostanza, ma come fatto relativo a un’interazione.

 Occorre precisare che tale Relational Quantum Mechanics non è una nuova teoria fisica contrapposta alla meccanica quantistica ordinaria, ma una sua interpretazione: non ne modifica il formalismo fondamentale né produce un diverso insieme di risultati sperimentali.

 Voglio dire che il successo empirico della meccanica quantistica non costituisce automaticamente una prova dell’ontologia relazionale proposta da Rovelli.

 Le equazioni da lui proposte funzionano magnificamente: ma che esse ci obblighino anche a concludere che la realtà sia costituita fondamentalmente da relazioni è un’altra questione.

 Non a caso il dibattito continua: alcuni filosofi della fisica sostengono che la RQM non elimini davvero tutte le difficoltà del problema della misura, ma le redistribuisca all’interno della nozione di fatti relativi.

 Faggin: dalla relazione alla coscienza

 Federico Faggin compie un passo molto più audace.

 Con il fisico teorico Giacomo Mauro D’Ariano ha proposto un Quantum Information-based Panpsychism, nel quale la coscienza non sarebbe un prodotto emergente del cervello ma una proprietà fondamentale associata all’informazione quantistica. Gli stati quantistici avrebbero quindi anche una dimensione “interna”, esperienziale, collegata ai qualia e persino al libero arbitrio.

 Qui il salto rispetto a Rovelli è notevole.

Per Rovelli la relazione tra sistemi basta a descrivere i fatti fisici senza attribuire alcun privilegio alla coscienza, per Faggin, al contrario, la coscienza entra nelle fondamenta della costruzione.

 È una proposta filosoficamente affascinante e intellettualmente raffinata, ma resta un’ipotesi fortemente speculativa: identificare determinate caratteristiche dell’informazione quantistica con l’esperienza soggettiva non equivale ancora a dimostrare perché da uno stato quantistico debba nascere il profumo di una rosa, il dolore di un dito o la nostalgia della giovinezza.

 Il famoso hard problem della coscienza rischia così di essere spostato dal neurone al qubit. Operazione elegante, certamente, ma il conto resta sul tavolo.

 Malanga: dalla coscienza alla realtà virtuale

 Con Corrado Malanga il viaggio si fa ancora più ardito.

 Nei suoi scritti la coscienza non è soltanto fondamentale, ma tende a diventare il principio attraverso il quale viene costruita la stessa “realtà virtuale” quotidiana: mente, spirito e anima vengono descritti attraverso un linguaggio che richiama vettori, tensori e concetti mutuati dalla fisica quantistica.

 A questo punto, però, il rapporto con la fisica sperimentale diventa assai più problematico: utilizzare termini provenienti dalla matematica e dalla quantistica non trasforma automaticamente una costruzione metafisica in una teoria fisica.

 Un tensore, che generalizza i concetti di scalare e vettore, resta un oggetto matematico anche quando viene accostato all’anima; non per questo l’anima acquista immediatamente una rappresentazione tensoriale verificata in laboratorio.

 Diversamente dalla RQM di Rovelli, inserita pienamente nel dibattito internazionale sui fondamenti della meccanica quantistica, le elaborazioni di Malanga appartengono dunque a un territorio molto più speculativo e non possono essere poste sullo stesso piano epistemologico.

 Tre gradini verso la metafisica

 È interessante però osservare la progressione.

 Rovelli: le proprietà fondamentali sono relazionali.

Faggin: alla base della realtà vi sarebbe anche una dimensione cosciente dell’informazione quantistica.

Malanga: la coscienza diventa il principio costitutivo della realtà che sperimentiamo.

A ogni gradino aumenta il fascino filosofico… e diminuisce però, almeno allo stato attuale, la capacità di sottoporre l’affermazione a un controllo sperimentale indipendente. Ma questo avviene da sempre, da quando la filosofia si presenta con il camice della scienza, a volte anticipandola.

 Nella celebre situazione immaginata da Erwin Schrödinger, un gatto viene chiuso in una scatola insieme a un meccanismo collegato a un evento quantistico. Applicando ingenuamente il formalismo quantistico all’intero sistema, prima dell’apertura della scatola avremmo una sovrapposizione di “gatto vivo” e “gatto morto”.

 La RQM prova a togliere al problema parte del suo carattere paradossale.

 Rispetto al sistema interno alla scatola - apparecchio, gatto, ambiente interno e loro reciproche interazioni - può essersi prodotto un fatto definito. Rispetto invece a un sistema esterno che non ha ancora interagito con esso e che, idealmente, fosse in grado di trattare l’intero laboratorio come un unico sistema quantistico, la descrizione potrebbe ancora comprendere una sovrapposizione.

 Le due descrizioni non devono necessariamente essere considerate contraddittorie, perché si riferiscono a prospettive fisiche differenti. È questa una delle intuizioni fondamentali della RQM.

 Ma anche qui sarebbe eccessivo dire che “il paradosso è definitivamente risolto”, è stato invero solo riformulato.

 La RQM sostiene di dissolvere il problema della misura rinunciando alla pretesa che debba esistere un unico stato assoluto del sistema valido simultaneamente per tutti, m questa soluzione funziona se accettiamo proprio quella premessa relazionale che costituisce il cuore dell’interpretazione.

 La fisica finisce dove comincia la metafisica

 Quando la fisica spinge le sue equazioni ai limiti estremi - come all'origine dell'universo o nella struttura intima della materia - incontra interrogativi sul senso, sull'essere e sulla causa prima che richiedono una riflessione di tipo metafisico.

 Anche l’ontologia, studio fondamentale dell’essere in quanto tale, si risolve in mere speculazioni “logiche” per comprendere che cosa significhi "esistere" ma non offre contributi scientificamente utili alla comprensione della realtà.

 Per Rovelli, osservatori differenti possono attribuire stati differenti allo stesso sistema perché i fatti quantistici sono relativi alle interazioni considerate, ma questo non dimostra che la coscienza crei la realtà.

 E certamente non dimostra che l’universo sia una realtà virtuale plasmata dalla mente.

 Dimostra, semmai, quanto sia difficile tradurre il formalismo quantistico nelle categorie intuitive con cui il nostro cervello pretende di descrivere il mondo. La fisica finisce dove comincia la metafisica, il punto centrale è dunque metodologico.

 La meccanica quantistica è una delle teorie scientifiche più accuratamente confermate della storia, ma le sue interpretazioni ontologiche non godono automaticamente della stessa conferma.

 Dalle cose alle relazioni, senza abolire la realtà

 Rovelli offre una lettura relazionale.

Faggin propone una lettura panpsichista della coscienza.

Malanga costruisce una visione nella quale coscienza e realtà assumono caratteristiche decisamente metafisiche.

 Sono tre operazioni intellettuali molto diverse, ma tutte ci ricordano una regola elementare spesso dimenticata: un’equazione può autorizzare molte interpretazioni, non per questo le dimostra tutte.

 Resta comunque a Rovelli un merito importante: l’aver ricordato che forse abbiamo sopravvalutato per secoli l’idea di una realtà composta da “cose” autosufficienti dotate di proprietà assolute.

 Potrebbe davvero essere più corretto pensare il mondo come una rete di eventi, interazioni e relazioni, ma da qui a sostenere che la realtà oggettiva non esista, che ogni campo quantistico possieda coscienza o che la mente costruisca l’universo c’è un percorso assai lungo.

 E quel percorso non può essere abbreviato infilando la parola “quantistico” in ogni frase. La quantistica ha già sconvolto abbastanza il nostro concetto di realtà, non occorre chiederle anche di certificare ogni metafisica che ci piacerebbe fosse vera.

 °°°

 Concludendo, la posizione scientificamente più prudente rimane allora questa: la realtà potrebbe essere relazionale senza essere soggettiva, misteriosa senza essere magica e molto più strana del nostro senso comune senza per questo diventare tutto ciò che desideriamo immaginare. 

Ed è forse proprio qui che la scienza conserva il suo fascino maggiore: non nel prometterci che tutto è possibile, ma nel costringerci a distinguere ciò che è possibile da ciò che abbiamo realmente dimostrato. 

Milano, 16. 8.2026
         avv. Giovanni Bonomo



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