Assange e la guerra dell’informazione
Ci ha mostrato quanto il potere dell’informazione preceda spesso quello delle armi: prima di ogni guerra si costruisce infatti una narrazione, si definisce un nemico, si orienta il consenso. Da qui una riflessione sul ruolo dei media, sulla propaganda contemporanea e sulla necessità di recuperare il dubbio critico come prima forma di libertà.
Julian Assange ha detto — e continua a ricordarci — una verità tanto elementare quanto insopportabile per ogni sistema di potere: prima ancora delle armi vengono le parole.
Le guerre non
cominciano quando parte il primo missile, iniziano molto prima, quando viene
costruito il nemico, quando un popolo, un governo, un leader devono essere
trasformati nell’incarnazione del Male affinché l’opinione pubblica possa
accettare come inevitabile ciò che, fino al giorno prima, avrebbe giudicato
intollerabile.
Ed è qui che entra
in scena l’informazione.
Non tutta,
naturalmente, esistono giornalisti indipendenti, coraggiosi, capaci ancora di
intendere il proprio mestiere come controllo del potere anziché come sua cassa
di risonanza. Ma proprio perché esistono, rendono ancora più evidente il
conformismo di tanta informazione mainstream: quella che non indaga il potere,
ma ne adotta il vocabolario; non pone domande, ma distribuisce risposte preconfezionate.
La propaganda moderna non ordina: suggerisce. Non
censura necessariamente i fatti: decide quali fatti debbano diventare
realtà collettiva e quali possano invece scomparire nel rumore di fondo.
Assange ha avuto il
torto imperdonabile di aprire quella porta e mostrarci cosa vi fosse dietro:
documenti, comunicazioni, rapporti, meccanismi del potere che normalmente
restano invisibili al cittadino. Ed è precisamente qui che la sua vicenda
assume un valore che supera la sua stessa persona: riguarda il confine, sempre
più fragile, tra segreto di Stato, diritto all’informazione e controllo
democratico del potere.
Perché un potere
che pretende trasparenza dai cittadini ma segretezza per sé stesso ha già
risolto, a proprio favore, metà del problema democratico.
Si dice che le armi
uccidano, certamente, ma la cattiva informazione può compiere qualcosa di
preliminare e forse ancora più decisivo: disarmare la coscienza e il
pensiero critico.
Può abituare intere
generazioni a identificare automaticamente un’alleanza militare con la pace,
una struttura sovranazionale con il progresso, un leader straniero con il Bene
e quello avversario con il Male, un uomo di governo con la salvezza economica nazionale.
Non perché tali giudizi siano necessariamente falsi in ogni circostanza, ma
perché diventano pericolosi quando cessano di essere giudizi discutibili e
vengono trasformati mediaticamente in assiomi.
È questo il punto. Non
si tratta di sostituire una propaganda con un’altra, né di credere
fideisticamente alla controinformazione soltanto perché si proclama alternativa,
sarebbe lo stesso errore con una bandiera diversa. Si tratta, al contrario, di riappropriarsi
del dubbio, verificare le fonti, distinguere i fatti dalle
interpretazioni e soprattutto domandarsi sempre chi costruisca la cornice
attraverso la quale siamo invitati a guardare il mondo.
Per questo la
provocazione attribuita ad Assange — chiedersi se il mondo non sarebbe migliore
senza certi media — merita di essere presa sul serio, anche se non alla
lettera.
Il problema non è
spegnere l’informazione, è impedire che sia l’informazione a spegnere noi.
La guerra più
profonda, infatti, precede quella combattuta sui territori: è la battaglia per
stabilire che cosa dobbiamo considerare vero, chi dobbiamo considerare
nemico e quale sacrificio dobbiamo infine accettare come necessario.
E quella battaglia
entra ogni giorno nelle nostre case senza bisogno di carri armati, le basta uno
schermo. Il telecomando, almeno quello, è ancora nelle nostre mani.
Milano, 18. 9.2026
avv. Giovanni Bonomo - Candide C.C.

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